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Home La stanza del Bardo Tradizioni Alban Arthan, solstizio d'inverno

14
Dic
2009

Alban Arthan, solstizio d'inverno

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DEUORIUOS

Alban Arthan (solstizio d'inverno, Natale)

21 (25) Dicembre

 

O kanań Nouvel e penn an ti, Mentre intono un canto di Natale

alla fine della casa,

Un aval melenn a blij din, Vorrei una mela gialla,
Un aval melen pe arc’hant, Una mela gialla o dei soldi,
Pe ar verc’h hanań mar, O la figlia più grande,
D’eo Koant! Se è carina!

Filastrocca bretone

candela

 

Una delle feste identificate per nome nel Calendario di Coligny è Deuoriuos Riuri. Se M. Kerjean-Lemaître ha tradotto correttamente il termine Riuros come “mese del gelo” (per analogia col gaelico reo, gallese rhew, bretone riv), facendolo corrispondere all’incirca con il mese di dicembre, allora Deuoriuos (Deuo-ro-iuos, “grande festa divina”) parrebbe coincidere con il solstizio d’inverno ed essere così l’antico nome celtico di questa festa, anche se tra gli studiosi di oggi, è bene ribadirlo, non c’è un consenso unanime. Tutte le feste solari derivano la propria importanza rituale datramonto un fenomeno astronomico totalmente prevedibile: il mutevole rapporto di lunghezza tra giorni e notti, che noi scegliamo di celebrare alle estremità e ai punti mediani. La visione celtica del mondo ritiene che luce e buio siano manifestazioni equivalenti dell’alternanza samos-giamos e ne afferma la complementarietà e necessità reciproca. Il ritorno della luce non può che essere un’occasione di gioia; e il ritorno del buio, anche se ammorbidito da un immaginario rassicurante, raramente viene affrontato senza un po’ di timore e di trepidazione. Il solstizio d’inverno è allora il punto più oscuro dell’anno, il trionfo completo della notte, ma il momento stesso del trionfo è anche quello della sua sconfitta, dato che è il giro di boa che riporterà indietro la luce. Nonostante la psiche sappia che dovrà affrontare ancora diversi mesi di buio, essa comincia ad orientare le proprie energie, verso il ritorno della luce con attività rituali legate a samos, rafforzate da un copione mitologico pieno di immagini radiose e felici. Così l’effetto letale dell’oscurità viene privato di gran parte del suo potere, anche se si dovrà continuare ad affrontarla. Non esiste ovviamente una comunità celtica che non associ il solstizio d’inverno prima di tutto con il Natale e con l’immaginario che la cultura ora dominante vi ha associato tramite istituzioni e mezzi di comunicazione. Sepolto sotto lo strato della cultura di massa, troviamo qualche elemento che ci riporta alla storia antica della comunità. Si trovano ovunque elementi che drammatizzano il potere della luce nell’oscurità, che si tratti delle luci degli alberi di Natale, di fuochi o di candele. Lo stesso vale per l’incoraggiamento alla solidarietà familiare e per lo scambio di doni. Nonostante sia la notte più lunga a dare al solstizio d’inverno la sua importanza rituale, la celebrazione vera e propria non si limitava a quell’unica giornata, ma si estendeva per un periodo più o meno lungo, andando talvolta oltre i “normali” dodici giorni di Natale fino a coprire anche tre settimane intere. Nella società rurale tradizionale non si trattava di una festa intima da trascorrere in famiglia com’è diventata oggi, ma coinvolgeva numerose attività comunitarie, spesso eseguite all’aperto. Queste ultime variano da comunità a comunità, con processioni, divinazione, musica e ricchi banchetti. I costume di bruciare il tronco di Yule, sebbene d’origina germanica, si naturalizzò in alcune aree celtiche prendendo talvolta alcune caratteristiche chenativita ne hanno assicurato la continuità con la tradizione celtica precedente. In alcune parti della Scozia, per esempio, il tronco veniva scolpito nella forma di una donna, la Callieach Nollag (Megera di Natale), e il suo lento bruciare su un fuoco di torba rappresenta la sconfitta della Dea nel sua aspetto sterile e minaccioso: i giorni del suo regno, inteso come il periodo della grande oscurità, erano contati, grazie alla nascita del Figlio della luce (il sole che ritorna) che nasce proprio nel momento più buio in circostanze precarie, ma se lo abbracciamo con affetto e amore gli è concesso di crescere e infine di rivelarsi nella stagione luminosa. Che si pensi al bambino come a Lugh oppure a Mabon o con le sfumature derivate dalla cristianizzazione a Gesù, per quanto tale questione possa sembrare importante e delicata in termini di fedeltà religiosa personale, non fa in pratica nessuna differenza. Un’altra usanza è quella di dare la caccia allo scricciolo ( il giorno del 26 dicembre). Lo scricciolo figura in modo prominente nella tradizione popolare come uccello della divinazione ( si pone quindi nella parte “druidica” o “bardica” degli esseri) ed è il protagonista di un racconto popolare molto diffuso, senza dubbio quanto resta di una mitologia molto antica, che spiega il suo appellativo di “Re di tutti gli uccelli”. La storia narra che in upaesaggio_natalena gara a chi riusciva a volare più in alto, lo scricciolo ci posò sulla testa dell’aquila e, una volta che il grande uccello aveva raggiunto i limiti della propria forza, lo scricciolo emerse dal suo nascondiglio e volò più in alto degli altri uccelli, guadagnandosi la supremazia di tutto il popolo alato, nonostante le sue minuscole dimensioni. C’è qui un’evidente similarità con gli attributi simbolici di un’altra presenza della stagione natalizia, il vischio. Sebbene sia il più piccolo degli “alberi”, il vischio cresce attaccato all’albero più alto, la quercia, ed è così fra tutti l’albero più vicino ai cieli. L’aquila viene quindi appaiata allo scricciolo come la quercia al vischio, ed entrambe le coppie corrispondono l’una all’altra, rispettivamente nell’immaginario degli uccelli e degli alberi. L’intero complesso simbolico pare essere associato con il dio Lugh, la figura divina di più potente realizzazione della tradizione celtica, nonché figlio della luce originale, in contrasto con il lungo periodo buio. Il vischio viene tagliato e appeso come decoraziocandelene, oppure come talismano della fertilità sotto cui si baciano le giovani coppie. Il ruolo ricoperto da un’altra presenza nel Natale è quello dell’agrifoglio. Ben noto ai celti già nelle prime fasi della loro tradizione, come suggerito dal termine celtico antico kolennos, “pungitore”, l’albero di agrifoglio acquisì un significato religioso in virtù dei suoi tratti caratteristici. Come tutti i sempreverdi, che sono in qualche modo in grado di sconfiggere l’influsso della stagione giamos sul mondo vegetale, esso divenne un simbolo della vitalità divina, di immortalità che trascende i cicli della natura. Come tutte le creature dotate di tre colori sacri, in questo caso le foglie “nere”, o verde scuro, fiori bianchi e bacche rosse, esso era una manifestazione speciale della divinità. L’agrifoglio è quindi il divino tra gli alberi, e si posiziona nel momento più buio della stagione giamos. Senza scendere nella banalità o nelle conclusioni scontagrifoglio3ate, certamente un legame profondo e radicato nei tempi, tra queste credenze e tradizioni e ciò che per noi rappresenta il Natale bisogna ammettere che esiste. Il concetto buio, luce e la speranza che prima o poi le belle giornate di sole pian piano ritorneranno, perché i giorni intorno al 21 dicembre sono i più corti e che tutti gli altri giorni, pur lentamente, saranno sempre più lunghi, sono nel pensiero di tutti noi. Il concetto di figlio della luce (la luce che ritorna) accostata alla nascita di Gesù, il 25 dicembre è la data stabilita per le sua nascita, in uno dei giorni tra i più corti dell’anno, fanno riflettere su quanto siamo legati alle tradizioni di origine celtica, l’agrifoglio, il vischio la luce delle candele sono elementi che caratterizzano ancor oggi il nostro Natale e tutte le decorazioni natalizie.

 

tratto da "il tempo dei celti" - A. Kondratiev

 

 

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